Il gioco delle galline

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Non avevamo mai realizzato che il gioco potesse fare male a qualcuno. Erano anni che con i miei fratelli si passava il tempo a quel modo, faceva comodo a papà. Io, Pietro, Arturo e Tommaso. Qualche volta anche Filippo il piccolino, che di solito ci faceva da palo. Si giocava il lunedì, o al più tardi nel martedì pomeriggio, generalmente quando gli amici di famiglia si facevano vedere per il fine settimana. Mamma non ne doveva sapere niente. La parte divertente era far cantare le galline, senza che lei se ne accorgesse.

Gli amici di papà se ne venivano con questi polli spennati che buttavano dentro una stanza, giù nel cortile. Non tanti, giusto un paio, mai di più. Visto che i grandi sapevano benissimo la fine che facevano. A nostro piacimento, potevamo tirarli fuori e giocarci quanto volevamo. Ci accontentavamo di farli cantare, quasi come un lamento, dopodichè interrompevamo le torture e passavamo al malcapitato successivo. Lo cacciavamo fuori dallo stambugio dove li segregavamo con sonanti calcioni nel costato e capitava che qualcuno gli sputasse pure addosso. Giusto per sentirsi un bullo.

Era crudele, ma chi da piccolo non ha mai provato quel becero piacere nel far soffrire una bestia? Chi non ha mai ucciso lucertole, infilzato lumache o annegato formiche?

Non appena entramo in possesso di un mezzo motorizzato il gioco prese un piega unica. Divenne ufficialmente -il gioco delle galline- e non esisteva pennuto che riusciva a resistere alla prova. Col tempo, inventammo un macabro rituale e cominciammo ad assegnarci delle gerarchie nel nuovo ordine istituito dei fratelli torturatori. Come nell’esercito. Come in un clan.

Pietro era il più terribile, colui che metteva maggior efferatezza nel far soffrire le creature. I suoi occhi si iniettavano di sangue e sembrava non capire più niente dopo aver impugnato l’acceleratore. Devo ammettere che parecchie volte mise terrore persino a me. Nemmeno le grida strazianti di dolore riuscivano a saziarlo. Finchè non vedeva sangue non era appagato.

A me e Tommaso, i più piccolini, spettava il compito dell’imbragatura. Prendevamo due corde e legavamo la cavia per le caviglie. Bloccavamo le estremità ai codoni delle moto e tenevamo d’occhio sino a che punto il pollo riuscisse a resistere.

Il gioco delle galline.

Pietro ed Arturo, pronti a dividere il gioco, partivano simmetricamente in senso opposto, dopo aver messo le corde in trazione. Mamma non doveva saperlo.

Dovreste provare almeno una volta nella vita la sensazione di onnipotenza che rilascia una tortura. Occhi pronti ad esplodere, gemiti di dolore lancinanti, la paura della morte impressa nelle deformi distorsioni del collo del soggetto sviluppano nere onde di piacere al boia. Tirando con un motore abbastanza potente si vedeva il buco del culo strapparsi lentamente, dilatarsi sino a creare delle leggere increspature verticali che, nel giro di pochi secondi, richiamavano una copiosa capilarizzazione nella zona. Quando l’ano irrorato spruzzava zampilli rossi i miei due fratelloni mollavano il colpo. Generalmente, in quei casi, le galline avevano cantato da un pezzo. Non serviva andare oltre.

Erano tutte arrendevoli, quelle galline. Gente che si credeva d’onore, falsa come Giuda l’Iscariota. E visto che si credevano persone tutte d’un pezzo, visto che ostentavano il loro ignobile silenzio, gli dimostravamo che potevano sbagliare, che le persone sono facilmente scindibili. Spaccandogli il culo in due.

Facendole cantare a squarciagola.

Ex pentiti, tornati al gioco della mafia, vecchie carcasse senza bandiera ne cuore. Cantavano come grilli d’estate. Raccontavano tutto, spergiurando persino sui loro cari. E gli amici di famiglia di mio padre, che amavano tutti la caccia, le rintracciavano una dopo l’altra. Galline, stupide, stupide galline scappate dal pollaio. Dovevamo ammaestrarle tutte, senza farsi accorgere dalla mamma. Lei non voleva proprio saperne degli affari di papà.

Ma un gioco pericoloso fa presto a rovinarsi e quella volta qualcosa andò storto. Quando tornammo dalla montagnola dove nascondevamo le nostre torture, quel pomeriggio, Pietro non c’era più.

Gridavamo basta e basta. Che a quello gli si era rotto il culo. Che usciva sangue. Che poteva mollare il colpo. Aveva cantato. Ma a Pietro il sangue andava negli occhi, e accelerava. Fra le urla disumane del pollo squartato fino alla nuca, fra budella che si scioglievano come gomitoli, fra le grida della moto che correva verso il dirupo non c’era più cattiveria negli occhi di Pietro. Non c’era voce nelle urla del pollo. Non c’era gola sotto la sua bocca.  Sentimmo le ossa fracassarsi a valle, insieme alla moto, alla sua gioventù e alla metà del corpo della gallina. Restammo increduli e tristi. Filippo non vide. La mamma avrebbe saputo, ora. Ci avrebbe sgridato. Imprudenti, Non avevamo mai realizzato che il gioco potesse fare male a qualcuno.

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lapo
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