Robin Hood

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Si piazzava in mezzo ai corridoi come se nulla fosse e aspettava il lavoro, senza andargli incontro. Cercava di esprime antipatia, di piacere il meno possibile, lasciando il compito più difficile agli altri. Infastidendoli. In questo modo, semplice ed originale, Vito Manile era diventato schifosamente ricco e come se non bastasse si era trasformato persino in una specie di leggenda metropolitana.

Non aveva qualità, non aveva una bella faccia, non era un persona interessata a problemi melodrammatici. Ciò che lo favoriva erano soltanto le sue fattezze massicce e l’inestimabile dono della comprensione del carattere umano. Dietro quella robusta arroganza, c’era della sensibilità.
Cominciò per gioco, o forse per necessità personali, quando si fermò oltre orario presso i cancelli della sua fabbrica ad aspettare il direttore di stabilimento.
Cominciò per gioco, conciandolo nero.
Investì con talmente tante botte quel malcapitato che la moglie ebbe difficoltà nel riconoscerlo, la sera stessa, al pronto soccorso. Gli fratturò il naso prima ancora di affrontare un benchè minimo approcio civile. Lo colpì con una violenza cieca, degna di una bestia feroce che ha perso ogni controllo. Gli ruppe le ossa.
Poi venne arrestato. Processato. Inguaiato. Eccetera eccetera.
La prigione fu l’inizio del suo business, la rinascita del porco dalle ceneri. Ebbe tempo e modo per imparare a gestire le emozioni. Guadagnarci sopra. Capì che la gente odiava ma aveva una fifa tremenda nell’esprimerlo. Un pensiero banale che nessuno aveva avuto la pena di affrontare. Fu il suo compagno di cella a infondergli involontariamente fiducia, dandogli il primo incarico. Nunzio Di Bella, raffinatore petrolifero presso una fonderia dell’hinterland milanese. Arrestato per furto sul luogo di lavoro. Compromesso per ricettazione, e via dicendo. Ospite degli infelici alloggi forzati per due anni e tre mesi.
Raccontò al nostro amico Vito di essere stato fregato. Infagottato in un gioco più grande di lui. Il suo responsabile era il vero artefice delle malefatte. Nunzio Di Bella si sentiva una vittima e avrebbe pagato oro per vendicarsi contro quel figlio d’un cane. La cosa, come avrete capito, non passò indifferente nelle orecchie del suo interlocutore che, in vista di una scarcerazione prossima, chiese:
“Quanto, di preciso?”
Si accordarono per cinquecento euro e il giorno della sua scarcerazione, Vito Manile, abbandonò i vecchi compagni assieme ad una valigia rovinata ed una foto arricchita d’indirizzo. Non era un eroe, non si sentiva tale. Non gli importava un cazzo della veridicità delle affermazioni del carcerato. Era interessato a far valer quel mezzo migliaio di euro in sonanti percosse, poichè Di Bella aveva pagato per quello ed era giusto che venisse rispettato.
Vito Manile non era mica un ladro. Riciclava odio.
Faccia dopo faccia, superiore dopo superiore, la voce cominciò a spandersi. Ti poteva arrivavare all’orecchio la notizia che un amico di un tuo amico faceva lavoretti in nero, una cosa tutta pulita. Potevi rompere la testa a chi volevi, senza che l’ignaro sapesse niente di te.
Con il passare del tempo il lavoro di Vito si trasformò sempre più in un vizio per pappamolle. Erano i vigliacchi a chiedere di lui. Manile non era più al servizio dell’odio ma dei fifoni, delle mezze seghe da ufficio, dagli indifesi della società.
La gente non si vendicava di fatti crudeli. La morte e le altre cose erano accettate come entità superiori. Quello che si vendeva maggiormente era la rivalsa sull’impotenza.
Negli ultimi anni di lavoro, prima della sua morte, Vito Manile era giunto ad operare solo in ambienti raffinati. Gli arrivisti leccaculo commissionavano botte ai loro diretti superiori. Gente da ventiquattrore in pelle, roba così.
Il nostro eroe era perfetto, quasi irriconoscibile dai tempi della fabbrica. Un uomo distinto, in giacca e cravatta, che solcava le moquette delle holes di alberghi lussuosi. E quei fessi di vincenti ci cascavano come niente. Erano i più facili da istigare perchè pensavano di avere il mondo nelle loro mani. Bastava dar fuoco alla loro vanità per far si che i nasi si rompessero. La frase migliore era “Lei non sa con chi sta parlando.”
Ed effettivamente non lo sapevano. I piani relazionali di quelle persone dalla cravatta pulita sono situati ad un paio di metri da terra. Anche volendo, non potevano immaginare che l’intenso dolore fisico che avrebbero subito potesse arrivare dal basso. E giù botte, per poi dileguarsi nell’anonimato. Nell’assenza di motivazione.
Perchè un signore impeccabile avrebbe dovuto sporcarsi le mani per un lavoraccio di quel genere? Quel’era il movente di tutto quell’abuso di violenza? Mai la polizia sarebbe arrivata a capire che aveva a che fare con un nuovo robin hood della vergogna.
Vito Manile era al servizio dei poveri. Picchiava per vendette personali, coltellate alle spalle inaspettate che giungevano dalla giustizia popolare. E non si stupiva, il buon Vito, quando erano interi uffici ad richiedergli i servizi. Colleghi che facevano collette per regalarsi un bel fine settimana senza capo. Ex compagni di classe che si vendicavano delle malefatte subite più di quindici anni fa nella vecchia scuola. Roba da non credere. Il vero mondo si nascondeva sotto coperte pesantissime.
E immaginate lo scandalo nello scoprire questo losco gioco. Quando i giornali portarono alla luce le sembianze di quella bestia immonda la società parve fermarsi per un intero minuto di silenzio. Fu incredibile: i media denunciarono la morte del vendicatore dei colletti bianchi. Descrizione perfetta, opinione pubblica incredula, per il manager delle botte. Vito Manile era stato ritrovato assassinato nella sua BMW modello sportivo nei pressi di un passaggio ferroviario in circostanze non sospette. Sul suo corpo le impronte di un non incensurato condannarono tale Nunzio Di Bella all’ergastolo a vita per omicidio colposo. Era morto il nuovo robin hood da corridoio.
L’invidia aveva colpito ancora.
Ehi, cosa ne dici di condividere:
lapo
lapo

3 pensieri riguardo “Robin Hood”

  1. Bel pezzo per un bel rientro, bravo Lapo. Mi piacciono parecchio queste figure e il modo in cui le descrivi.

    “Il vero mondo si nascondeva sotto coperte pesantissime.”

    È proprio così.

  2. Concordo. Nel leggere apprezzo decisamente lo stile (che evoluzione!) e ti porto un esempio: “Cominciò per gioco, o forse per necessità personali, quando si fermò oltre orario presso i cancelli della sua fabbrica ad aspettare il direttore di stabilimento.”/” Lo colpì con una violenza cieca, degna di una bestia feroce che ha perso ogni controllo. Gli ruppe le ossa.”; differisce notevolmente da: “Compromesso per ricettazione, E VIA DICENDO.”/”NON GLI IMPORTAVA UN CAZZO della veridicità delle affermazioni del carcerato. “. E’ voluto? Nella mia mente ( e potrebbe essere solo un problema della mia testolina!!!) è come se la linearità dello stile subisse un intoppo. A presto (ovviamente sono sempre solo osservazioni, non giudizi!)

  3. Si, il personaggio è semplice nella sua malvagità. E’ gretto. Quella parola volgare mi è servita a riportare la situazione (malgrado sia raccontata da una voce narrante esterna) ad un livello piu basso.
    Molte volte il metodo di scrittura allontana dall’idea vera e propria. Si può descrivere una cosa in parecchi modi, in modo fine per esempio. A me piace ricordare sempre l’incombenza della volgare quotidinaità. Come del resto capita alla maggior parte di noi.
    Il protagonista è un eroe, quasi. un divo. Ma i fatti dimostrano che compie cose brute, spregevoli. Si pensi ai vari antieroi e alla varie interrogazioni sul fatto che il fine giustifichi i mezzi o che il bene non comprenda il male (penso a taxi driver ed arancia meccanica per esempio).
    Robin hood. Uno che RUBA per dare ai poveri. Un controsenso morale legato alle nostre scelte e , quindi ,anche al nostro modo volgare di condurre la vita. 😀

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