La pianta della fertilità

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NON INGERIRE
Quei maledetti semi modificati li avevo trovati in un cassetto dell’iper store di Magenta, a cinque euro e cinquanta la confezione.
“Un affare”, pensai e ne presi due scatole. C’era scritto:
COLTIVA LA PIANTA DELLA FERTILITA’

Avvezzo a cianfrusaglie da consumatore incallito non avevo potuto resitere all’idea di non spendere dei soldi. Inoltre il prodotto era in offerta e ciò mi invogliava, per non dire obbligava, moralmente, a seguire il duro destino dell’essere umano medio. Cacciai nel carrello e finii la spesa con diligenza. Dopo aver pagato in contanti e ritirato il carrello buttai le borse lato passeggero, partendo verso casa. La cassiera aveva le unghie rifatte, ricordai, forse sotto potevano essere sporche e nessuno avrebbe potuto accorgersene. Ad ogni semaforo sbirciavo nella busta. Cinque euro e cinquanta la confezione, mica male.

Svuotai tutto sul tavolo, per ritirare nei cassetti. Cognac, mozzarelle, patate presurgelate, grissini, tonno, birre, vino, acqua, due scatole di pianta della fertilita’, olio, burro, una vite per sistemare il cassetto. colla super adesiva, guscio meliconi. Accesi il gas e lo stereo, o viceversa. Mi piaceva mangiare con un sottofondo di musica classica, dandomi un tono quasi importante, seguendo passeri in volo fuori dalla finestra.
Versai dell’olio in padella e aggiunsi patate presurgelate, tonno e burro, cominciando a disporre i grissini sulla tavola, tagliando la mozzarella.
NON INGERIRE.
La padella crepitava assieme a Ludwig Van Beethoven. Quelle scatole attiravano davvero la mia attenzione.
NON INGERIRE.

“Al diavolo” pensai, e buttai tutto nel tegame. Due scatole intere di piante della fertilita’.
BAGNARE BENE CON ACQUA, CONSERVARE IN LUOGO UMIDO E BEN VENTILATO.
Non mi andava di piantarli, quei semi. E poi ci andavo matto per le cose da ingerire. Sin da piccolo mi dilettavo con fiori, arbusti, insetti, mattoncini e oggetti di plastica. Una volta un bozzo di nastro adesivo.
“Quel che non ti uccide ingrassa” aveva sempre detto la mia nonna.

Ci aveva ragione. Presi il cucchiaio, spadellai di gusto e ingurgitai con altrettanta dose di entusiasmo. Anche i disperati mangiavano semi da 5 e cinquanta la confezione. Mica male. Seguendo passeri in volo fuori dalla finestra.
Spensi e attaccai alla scacchiera, cercando di ricostruire linee della siciliana che la mia scarsa immaginazione faticava a seguire. I piatti sporchi mi guardavano laconicamente dal lavandino. Rimasi incantato da una variante che prevedeva un sacrificio di cavallo in cambio di un altissimo compenso posizionale. Wow! Ero ancora un romantico. Infastidito dai prezzi, ma romantico. Al bennet le mozzarelle venivano diciassette centesimi meno.
Stanco, spossato, un po puzzolente e solitario, richiusi il tutto nel cassetto e me ne andai a dormire. Non avevo voglia di metter in ordine e abbandonai la cucina come l’avevo trovata.
“Comprerò delle unghie finte giganti.” pensai. “Ci nasconderò tutto lo sporco che voglio”.

Spensi gli occhi.
E poi cosi’, nel mezzo del sonno, cosi’, di punto in bianco, una fitta al culo. Un dolore che non avevo mai sentito. Cioe’, provato. Prima un movimento nel basso ventre, poi un solletico provocatorio all’orifizio e dopo il dolore piu’ estremo. Quasi persi i sensi. Che diavolo sentivo l’ano dilatarsi e restringersi come la bocca di un polpo. Cioè, il naso di una balena. Chiudi e riapri e una fitta, poi un prudere e poi, incredibilmente una voce. Dissi, mi sono cagato addosso, ma la cosa si mosse. Questa non l’avevo mai vista. Un piccolo me che cercava di cavarsi fuori dal buco. Io con il mio culo intorno alle ascelle, mezzo lavato mezzo sporco. Volevo gridare ma la curiosità vinceva sul dolore.
“Togliti di li!” dissi severamente.
Lui fece leva sulle braccia. Seguì una sensazione di tranquillità estrema, classica del rilascio di endorfine. Muscoli e colon si rilassarono liberamente e sentii le viscere svuotarsi come un palloncino avvizzito. Il piccolo affarino cominciò a correre per tutto il letto.
“Fermati!”
Brutto stronzo. Non mi pareva proprio d’esser così cocciuto.
In un batter d’occhio la miniatura era già arrivata in cucina, si era inerpicata sul tavolo e stava cercando di rovesciare le scatole di pianta della fertilità per vederne il contenuto.
“Ne sono rimasti ancora?”
“Non te lo dico!”
“Dammene un pò!”
“Giammai.”
Afferai quel cosetto per la collottola e lo sollevai di peso. Cioè, io. Presi un vaso abbastanza capiente e ce lo infilai dentro, chiudendo con il tappo ermetico.
“Mi farai morire!” imprecò lui con aria terrorizzata.
“Aspetta.” ribadii io.

Erano le quattro di notte passate. Mi sedetti per l’ennesima volta al tavolo della cucina. Presi un righello e un paio di forbici d’acciaio. Bucherellai il tappo, feci cenno alla mia minuscola creatura di respirare. Un uomo, come tanti, che aveva commesso uno sbaglio. Misurai il barattolo. Il piccolo me doveva essere alto una dozzina di centimetri. Mi guardava angosciato, probabilmente con l’atroce paura di finire risucchiato in qualche scarico del cesso. La cucina era ancora in disordine. Avvicinai un blocco note di passaggio e impugnai la penna. Sarei dovuto tornare a fare spesa. Gli sbagli si pagano, ma c’è sempre rimedio. Alitai sulla punta secca della biro e scrissi.

UNGHIE FINTE GIGANTI DA ALMENO 15 cm.

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lapo
lapo

Un commento su “La pianta della fertilità”

  1. “Comprerò delle unghie finte giganti.” pensai. “Ci nasconderò tutto lo sporco che voglio”.

    M’è piaciuta questa frase… come se a dirla fosse stato un bimbo gigante… ^^ LOL

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